Quando entriamo in comunicazione con l’altro e condividiamo lo spazio, il tempo faccia a faccia diventiamo vulnerabili: facciamo uscire dalla nostra caverna il nostro bambino interiore che spesso è spaventato dall’altro. Quell’ altro al quale anche consapevolmente ci rivolgiamo (“ci sentiamo stasera “) ma a cui non ci affidiamo (“via skype”) e con il quale manteniamo la distanza.
Le persone che cercano il contatto, ma mantengono lo “stile isolato” di relazione cercano poi nutrimento in altri o altro con i quali non c’è intimità.
Sentire il respiro dell’altro, i suoi odori, guardarsi negli occhi, stare in silenzio l’uno di fronte all’altro, sorridere e piangere faccia a faccia, è un modo per aprirsi ed entrare in contatto con il proprio mondo interiore, con la paura, la vergogna, la profonda solitudine. Attraverso il mezzo elettronico il confronto, lo specchio è assente. C’è solo una comunicazione , anche se visualizzata di “testa”, non di “pancia”, a cui è facile connettersi e disconnettersi e con la quale non fare i conti, perché come dice McLuham < il mezzo è il messaggio>.
E poi c’è la questione dell’intimità: passare del tempo, condividere lo spazio, trasferire pensieri ed emozioni direttamente, faccia a faccia, l’ uno di fronte all’altro porta allo scoperto la propria identità. E ci vuole una solida identità, per non fondersi o confondersi o per non istaurare legami di dipendenza. Ma si può essere intimi con un altro se si è intimi con se stessi. Quando si riesce ad attivare un dialogo con se stessi e costantemente entrare in contatto con gli altri e il mondo esterno senza perdersi in esso, allora si può essere intimi con qualcuno. Tra un uomo e una donna l’intimità non è data solo dalla attrazione sessuale, ma è un percorso di educazione alla comunicazione profonda di tatto, emozioni e parole, che per essere mantenuta va alimentata e nutrita. Si può fare l’amore cento volte e non essere mai intimi con una persona. Essere intimi anche in un rapporto sessuale e un “affidarsi” e “fidarsi” dell’altro, consegnando le proprie fragilità e nudità ed accogliendo reciprocamente quelle dell’altro.
L’intimità tra un genitore e figlio non è solo fatto di consuetudine ma è un tempo e uno spazio vissuto direttamente nell’atto della comunicazione profonda in cui si manifesta assenso, dissenso, ammirazione, abbracci, in cui si guida e si riceve accettando i limiti e le peculiarità di ciascuno. La identificazione con il genitore dello stesso sesso, con cui il figlio riesce ad avere il rapporto intimo, permette al figlio di maturare, di avere una giusta stima di sé , di godere e legarsi al partner, una volta adulto.
La paura dell’intimità è oscurata dalla invasione nella vita dei mezzi di comunicazione: il computer, la televisione, il telefono mediano l’espressione dei sentimenti, l’espressione dei desideri, lo sviluppo del contatto corporeo la condivisione di speranze, progetti, valori.
Se si trascorre del tempo davanti ad un video, se non si guarda in faccia l’altro, se non si silenziano i rumori di mezzi meccanici come si può essere in ascolto dell’altro? Come si possono lasciare parlare i propri pensieri?
Così un uomo ad una donna che vive a pochi passi da lei e non svolge un lavoro itinerante.
Cosa nasconde questo invito a non vedersi in faccia, a non trascorrere attimi di vita insieme ad un altro, questa mediazione dell’ incontro con un mezzo elettronico?
